
«Bloccati così, in mezzo al nulla».
«Tutti quanti?».
«Tutti quanti, senza alcuna distinzione».
«Ma per quanto tempo?».
«Un sacco di tempo, un tempo inaccettabile».
«Ma con quale motivazione?».
«Le condizioni avverse, la mancanza d’un piano d’emergenza, lo scaricabarile, la politica… ».
«Cioè nessuna motivazione seria».
«Nessuna».
«E quei poveretti? A nessuno importa di loro?».
«Certo che no».
«Che Italia fallimentare. E ora che accadrà?».
«Niente. Passerà l’emergenza e poi ne verrà un’altra, e un’altra…».
Nel condominio-centro sociale delle zie non si può che parlare della notizia del giorno: sessanta milioni d’italiani bloccati nei vagoni d’un Paese immobile in mezzo al gelo della crisi, dell’incertezza, della malapolitica. Con qualcuno che agita forconi e qualcuno che distribuisce pale. Con un sacco di cose che accadono all’insaputa di chi doveva saperle, incluse le tormente di neve, i bonifici allegri, il club dei partiti estinti (ma con contabilità ancora vitali: roba da film di Romero). Con le cose essenziali che mancano sempre di più, ai passeggeri della nazione, e nessuno che sa procurarle: il lavoro, la dignità, le garanzie.
«Ma chi dovrebbe aiutarci, la Protezione civile?».
«Sì, certamente. La Protezione civile che si chiama Parlamento: è la nostra prima protezione civile, anche se spesso lo dimentica».
Per giunta, quaggiù nemmeno nevica, non si vede un solo pinguino per strada e, a dirla tutta, fino a due giorni fa soffiava lo scirocco portandosi dietro buoni quindici gradi e alzando lo spread rispetto al resto del Paese e a tutti i Tg (praticamente, la questione meridionale).
«E ora cosa facciamo?».
«Niente, aspettiamo che passi».
«Che passi il maltempo?».
«No, che passi la legislatura. Poi facciamo la rivoluzione».
«Coi forconi?».
«No, con le matite».